Il cinema racconta il cinema.

Nona pellicola del regista visionario di Knoxville. In questo “C’era una volta a… Hollywood” Tarantino ci porta molto lontano rispetto alla Francia occupata dai nazisti (Bastardi senza gloria), dalle piantagioni di cotone del Mississippi (Django Unchained) o dalle fredde e innevate montagne del Colorado (The Hateful Eight).

Siamo a Los Angeles, California. È il 1969 e qualcosa sta cambiando nelle gerarchie della più grande industria cinematografica al mondo: Hollywood.

Proprio in questo clima facciamo la conoscenza di due dei nostri protagonisti: Rick Dalton, interpretato da Leonardo di Caprio, è un attore di serie tv in attesa di fare il grande passo ad attore di cinema e Cliff Booth, interpretato da Brad Pitt, suo stunt-man personale da dieci anni nonché suo migliore amico.

I due, soprattutto il primo, cercano in ogni modo di tornare sulla scena della ribalta. Districandosi in una Hollywood che non ha più nessun interesse a circondarsi delle “vecchie” star del cinema del passato e che ormai non cerca più di divinizzare i propri attori di punta. Da una parte Rick si  sente cadere sempre più nel dimenticatoio, dall’altra il suo collega e amico Cliff, da sempre relegato anche nel periodo d’oro a semplice controfigura, riesce ad affrontare meglio la sua “decadenza”.

A controbilanciare questo clima di spietatezza dell’industria ecco che Tarantino inserisce un terzo elemento nella storia.

Un personaggio diametralmente opposto che si lascia alle spalle frustrazione e depressione per far spazio all’entusiasmo e alla freschezza di una giovane attrice ventiseienne con lo sguardo rivolto al futuro: quello di Sharon Tate, attrice statunitense e moglie di Roman Polański, nonché vicina di casa dello stesso Rick Dalton, interpretata da Margot Robbie. 

Come teatro della vicenda una Los Angeles illuminata dal sole estivo di agosto e dai led delle insegne dei locali urban, nella cui profondità, in silenzio, si muove una delle menti criminali più efferate della storia degli Stati Uniti: Charles Manson e la sua Manson Family. 

Ancora una volta il regista prende come punto di riferimento eventi realmente accaduti stravolgendoli come un platonico demiurgo.

Il film in definitiva narra le vicende di tre personalità totalmente differenti legate però allo stesso ambiente, il cinema, mostrando le loro diversità non solo individuali ma anche professionali. 

Tarantino attraverso le storie intrecciate dei tre protagonisti dipinge una Los Angeles tra luci e ombre, creando un’ode al cinema e alla società del periodo con uno sguardo dissacrante e frizzante come al solito ma lasciando trasparire un amore per il cinema come mai prima d’ora.

Il ritmo del film risulta più calmo e votato alla narrazione dell’individualità dei personaggi più che  totalmente all’azione “pulp” al quale il regista ci ha da tempo abituati. 

In questa pellicola Tarantino scrive probabilmente uno dei suoi 5 personaggi migliori , dotando Rick Dalton, rappresentato da un di Caprio in forma smagliante, di una profondità e di una tridimensionalità che non sempre è il minimo comune denominatore dei protagonisti delle pellicole del regista cardine della pop colture.

Ad una sceneggiatura solida, ricca di momenti memorabili, personaggi interessanti e attori in forma smagliante si accosta una regia, anche se sarebbe più corretto usare il plurale, di altissimo livello, capace di spaziare dal pulp alla commedia passando per sequenze thriller delineando quello che senza dubbio è il film tarantiniano stilisticamente più versatile e poliedrico.

Con questa pellicola Tarantino riesce in maniera sublime nell’ardua impresa di far raccontare il cinema al cinema stesso, creando così, metacinema.

Destinata ad essere ricordata come una delle più belle pellicole del regista, “C’era una volta a…Hollywood” è una sincera e profonda lettera d’amore destinata al cinema in tutte le sue forme, che il regista di Knoxville decide di scrivere attraverso quello che “forse”, un po’ malinconicamente, potrebbe essere il suo penultimo film.

Nicola Sorrentino