L’ultimo dei gangster movie italo-americani: il crepuscolo di un genere.

È un piacere scoprire che per Scorsese l’eroe può essere ancora un comune mortale, proprio come succedeva nella New Hollywood in cui ha esordito. Il carrello iniziale sulle note di “In the still of the night” di Fred Parris and The Satins ricorda l’atmosfera del piano-sequenza di “Goodfellas”, mescolata a quelle dell’inizio di Mean Streets. E, come già capitava con Ray Liotta in “Goodfellas”, il personaggio di De Niro è un anti-eroe abbastanza inetto, che non è in grado di imporsi nei confronti della vita. È un comune mortale che si deve confrontare con problematiche complesse per lui.

“The Irishman” non è solo un prodotto nostalgico, ma è anche, paradossalmente, un film perfettamente coerente con la fruizione contemporanea del cinema. Basta pensare alla lunghezza di 210 minuti, tale perché lo spettatore di Netflix possa guardarlo in più parti nei tempi a lui comodi, un po’ come una miniserie. Anche l’utilizzo della CGI per ringiovanire i protagonisti rispecchia le nuove tendenze del cinema contemporaneo.

Il risultato degli effetti digitali è abbastanza imperfetto, ma si tratta comunque di un impiego molto sapiente del mezzo e la soluzione alternativa, ovvero quella di far interpretare ad altri attori i personaggi da giovani, non avrebbe funzionato, perché avrebbe rotto l’atmosfera nostalgica del film.

A parte questo, Scorsese purtroppo esaurisce le sue cartucce molto presto. L’intreccio che porta avanti il film, incentrato essenzialmente sul rapporto fra De Niro e Al Pacino all’interno della mafia, è decisamente prevedibile, che non è un difetto di per sé, ma lo diventa nel momento in cui i personaggi girano attorno alla questione per un’ora buona di film, con scambi di battute poco interessanti.

Basterebbe questo a considerare il film una delusione, ma si aggiunge una carenza di scene cult (difficile ricordarne qualcuna) e una certa superficialità nel rapporto fra De Niro e la sua famiglia, che diventa fondamentale nel finale. Inspiegabilmente quest’aspetto risulta di una banalità sconcertante, escludendo quel che riguarda il personaggio di Anna Paquin.

Ciò che crea invece uno scarto positivo è la parte finale, in cui “The Irishman” rivela la sua natura di film crepuscolare, e non più nostalgico. È un po’ quello che fu “Gli spietati” per Clint Eastwood, e in questo senso rappresenta un passo fondamentale, testamentario, per la storia del genere e del regista.

È paradossale che Scorsese, tramite il personaggio di De Niro, esprima la consapevolezza che dopo i suoi film e “I Soprano” non c’è più nulla da dire sulla mafia italo americana: viene da chiedersi se tutti i problemi del film non siano legati proprio all’espressione di un genere ormai decaduto. È in una simile elaborazione teorica a posteriori che la visione di “The Irishman” può trovare un senso, nel suo ruolo all’interno di un genere. Non basta per consigliarlo, ma sembra abbastanza per scrivere qualche saggio in merito…

Davide Orrù

*Una mia recensione del film è stata già pubblicata in forma diversa sulla pagina Facebook “Cinefusi.it”, in occasione della Festa del Cinema di Roma.