L’origine della videocassetta maledetta più famosa di sempre.

Tratto dall’omonimo romanzo di Kōji Suzuki, a sua volta ispirato ad un racconto popolare, Ring è un film giapponese del 1998 diretto da Hideo Nakata. 

Reiko è una giornalista che indaga sull’inspiegabile morte di sua nipote e di alcuni suoi amici. Tutti e quattro i cadaveri rinvenuti non mostrano segni di violenze o patologie di sorta. L’autopsia non rileva nulla: è come se il cuore dei ragazzi si fosse fermato inspiegabilmente. C’è però un dettaglio sinistro che accomuna i corpi rinvenuti dei quattro: hanno tutti gli occhi sbarrati e un’espressione di puro terrore in viso.

La protagonista intenta a ricostruire il caso scopre da alcune compagne di classe della nipote che quest’ultima, insieme agli altri tre ragazzi, videro una settimana prima della loro scomparsa una misteriosa videocassetta che si dice porti alla morte chi la vede nel giro di sette giorni.

Reiko dopo aver visto anch’essa la videocassetta avrà una settimana di tempo per risolvere l’enigma celato all’interno di quel misterioso oggetto. Il conto alla rovescia è partito.

La pellicola divenne immediatamente un cult in Giappone, ma è con il remake statunitense The Ring (2002) diretto da Gore Verbinski che la famosa storia della videocassetta maledetta diventa un vero e proprio fenomeno di massa venendo copiato e soprattutto parodiato in mille forme.

Ritornando alla pellicola originale potremmo dire che per essere un J-Horror (Japanese Horror), non si articola attraverso i canoni tipici e funzionali di questa corrente cinematografica.

Laddove pellicole cardine come il celebre Ju-On di Shimizu prediligono la regia alla scrittura per narrare una vicenda (movimenti di macchina lenti, sonoro perennemente disturbante, quasi assenza di dialoghi, ambienti silenziosi e angoscianti e soprattutto terrore visivo) questo Ring invece fa l’opposto.

Per angosciare e impaurire lo spettatore Nakata punta quasi totalmente al raccontare verbalmente il pericolo piuttosto che mostrarlo, creando per tutta la durata del film solo due o tre scene veramente spaventose rendendo molto rari i momenti in cui si percepisce veramente il pericolo. Questo è un peccato perché tutte e tre le scene (menzione speciale per l’ultima), sono dirette molto bene e mostrano a malincuore un occasione mancata.

Nonostante la sceneggiatura non sia assolutamente perfetta risulta essere però la vera colonna portante del film. Partendo da un soggetto assolutamente interessante e originale per l’epoca, la storia si sviscera in un intreccio più complesso del semplice “oggetto maledetto che uccide tutti”, celando un retroscena inquietante e persino triste e malinconico.

Non convince appieno la colonna sonora, che alterna le poche (purtroppo) sonorità stridenti che riescono a far rizzare la schiena allo spettatore a sonorità invece malinconiche e drammatiche (che inevitabilmente alleggeriscono la pressione del film). 

Nonostante il suo enorme potenziale solo in parte sfruttato dal regista e i suoi difetti il film  va assolutamente rispettato come cult di un cinema horror che merita di essere riscoperto e vissuto. La pellicola nonostante tutto è interessante e rappresenta un must per tutti gli appassionati del genere. 

Nicola Sorrentino